Seconda metà del XV secolo, Firenze, officina del Verrocchio. Sotto questo stesso tetto convivono geni e artigiani. Sono in tutto una ventina di “ragazzi di bottega”, tra cui Leonardo da Vinci, Sandro Botticelli, il Perugino.
Lavorano insieme, influenzandosi a vicenda, condividendo le proprie competenze: i dipinti dell’uno contaminano i gioielli dell’altro, le sculture dell’uno le macchine d’assedio dell’altro, e viceversa. C’è feeling. C’è fermento creativo. Mentre Andrea Verrocchio fa da “talent scout”, insegna, incoraggia, crea l’atmosfera giusta. Oggi, la sua officina sarebbe tranquillamente un fablab, fabrication (ma anche faboulous) laboratory, incubatore di idee, invenzioni e passioni che proprio qui possono diventare prototipi e magari anche business. Il primo della storia, in realtà, è di un’epoca lontana, ma non certo rinascimentale: 2003, Mit di Boston; in Italia, a Torino, meno di…
