Dei campi dell’orrore ci arrivano solo immagini dall’alto, rubate dai satelliti. E pochi racconti, qualche descrizione. Ma non c’è parola sufficiente, non esiste in questo caso il “mettersi nei panni di”: il terrore non può mai essere capito da chi non lo vive, non fino in fondo. I campi di lavoro della Corea del Nord non hanno nemmeno nomi, solo numeri: campo 13, campo 14, campo 15. Nessuno, sotto il regime di Kim Jong-un, il tiranno trentatreenne che sembra il personaggio di un fumetto ma è spietato, crudele, folle, ne ammetterà mai l’esistenza. Nessuno, entro i confini del Paese, ne parlerà mai, troppo potente la paura di essere arrestati e di finire proprio in uno di quei buchi neri al confine con l’umanità. E di vedere laggiù anche i propri…
