Quando fu varata, il 22 febbraio del 1931, novant’anni fa, l’Italia era un Paese in crisi. Eravamo in 41 milioni, ma meno della metà riceveva un salario: 90 lire un contadino, 200 un operaio, 270 un impiegato. In compenso abbondavano le tasse: su un chilo di zucchero, che costava 7,45 lire (quanto 30 giornali), c’erano 5,32 lire di tassa governativa. Eppure, quando il direttore dei cantieri navali di Castellammare di Stabia, Odoardo Giannelli, gridò alla madrina Elena Cerio il tradizionale: «In nome di Dio, taglia!» per dare il via alla discesa a mare del battello numero 168 dello stabilimento, nessuno immaginava che stava iniziando la storia della nave più famosa del mondo, l’Amerigo Vespucci.
Poco più di cento metri di lunghezza per 15 di larghezza, due motori da oltre 1.800…